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Relazione di Fabrizio Fabris

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Esperienza indimenticabile a Niamey

Sono un audioprotesista di Padova contattato in primavera di quest'anno 2010 dal Dott. Ennio Guido dell'Associazione il Faro per una consulenza su un gruppo di nigerini affetti da grave sordità nell'intento di migliorarne l'inserimento sociale.
Era la prima volta che mi si prospettava la possibilità di utilizzare la mia professionalità in zone di grande miseria, dove è grande il bisogno di aiuto dai paesi più fortunati: mi sono reso subito disponibile.
Ho quindi conosciuto (tramite e-mail) il responsabile della Fondazione Damien Niger una persona che ha sacrificato in Italia una tranquilla e redditizia carriera, nonché affetti, per l'Africa: il Dott. Alberto Piubello. Come specialista in malattie tropicali lotta per salvare persone affette da tubercolosi portandole alla guarigione.
Rassicurato da Alberto sui possibili effetti collaterali della vaccinazione contro la febbre gialla e della profilassi antimalarica, abbiamo organizzato il viaggio per metà Giugno.
All'arrivo alle due di notte all'aeroporto di Niamey, la capitale del Niger (il vero paese più povero al mondo), ho il piacere di stringere finalmente la mano di Alberto. La mattina la mia impazienza di iniziare il lavoro è stata frenata da un giro della capitale attraverso la zona governativa, poi nella parte settentrionale dove, a pochi chilometri fra piccoli villaggi si può affondare su immense dune di sabbia, prova dell'avanzamento del deserto sahariano che inesorabilmente ruba terra coltivata alla zona fertile vicino al letto del fiume Niger.
Il primo pomeriggio siamo nella dipendenza dell'Ambasciata Italiana; nella scelta avevo escluso l'Ospedale in quanto i frequenti black-out elettrici (qui l'energia elettrica è come tante altre risorse d'importazione e quindi molto cara) non mi avrebbero permesso di utilizzare correttamente le mie apparecchiature per gli studi audiologici. Qui c'era un gruppo di continuità ed il condizionatore d'aria, indispensabile con quel clima e in quella stagione.
Ad aspettarci nel cortile si andava formando un gruppo di una trentina di persone di età compresa fra i 20 e i 35 anni circa.
Uno dopo l'altro abbiamo esaminato la funzionalità uditiva del gruppo in trattamento antiTBC per monitorare gli effetti ototossici dei farmaci (la scelta è fra il destino di una morte certa, o la guarigione pur con uno scotto da pagare), poi di dodici persone guarite ma con ipoacusia da grave a gravissima da correggere mediante protesi acustica.
Mi ha stupito (da cittadino impastato di Bluetooth, WiFi, HD e Facebook) l'atteggiamento di qualche paziente completamente estraneo alla tecnologia, come la ragazza che nell'ispezione otoscopica prima e nell'applicazione delle cuffie per eseguire l'esame audiometrico poi era addirittura spaventata, con gli occhi sgranati come dovesse subire un'esecuzione su sedia elettrica; e ciò, nonostante il validissimo supporto di due giovani Aiuti e un'infermiera che, oltre ad Alberto, traducevano le istruzioni dall'italiano al francese e poi nell'eventuale dialetto della zona di origine.
Le ore passavano, il caldo era opprimente, non ricordo di aver mai provato sudorazione simile con così abbondanti reintegri di acqua, ma il condizionatore ho dovuto farlo spegnere in quanto, essendo rumoroso, avrebbe interferito sugli esami; ciononostante avrei proseguito anche la sera se fosse stato necessario, tanto importante era per me portare a termine la missione.
Sono rimasto colpito dall'aspetto dei pazienti che nonostante la povertà hanno una ottima igiene personale con abbigliamento pulito, grande dignità, serenità e grandissima cordialità.
La mattina dopo ero all'appuntamento focale del mio intervento: dodici persone su cui fare l'adattamento protesico.
E fra lo stupore e la speranza dei pazienti ho potuto godere dei primi sorrisi di gradimento al trattamento.
Ero abbastanza scettico sulla possibilità di gestione di un sistema elettronico abbastanza complesso (richiede manualità nell'inserimento nell'orecchio, manutenzione, cambio pila) come la protesi acustica, ma mi sono ricreduto su tutta la linea.
I miei interlocutori sono persone di buona intelligenza e, riscontrando di poter tornare a comunicare rialzando il livello sociale, col supporto di un counselling effettuato con l'aiuto impagabile dell'equipe, hanno maturato velocemente la pratica necessaria a gestire il tutto.
Complice una serie di agitazioni della compagnia aerea che mi doveva riportare in Italia, mi sono trattenuto un giorno in più; ho potuto così con tranquillità rivedere dopo un giorno di esperienza, le persone protesizzate per la verifica e la ulteriore messa a punto.
Devo ammettere che sono stati per me momenti molto emozionanti: mi è difficile esprimere a parole il riscontro delle persone trattate: occhi scintillanti e sorrisi da un orecchio all'altro si sprecavano e davano la dimensione del gradimento provato. Ho sentito un grandissimo rispetto nei miei confronti; mi ha fatto specie la stretta di mano con la mano opposta che cinge il polso evidenziando che non c'è un coltello nascosto, usanza tribale che indica fiducia cieca nell'interlocutore.
Mi ha colpito l'atteggiamento di riconoscenza della maestrina che adesso poteva finalmente riprendere ad istruire una scolaresca o la gratitudine del medico che due giorni prima avevo conosciuto con aspetto cupo, chiuso in se stesso, vestito in modo dimesso con giacca e pantaloni color nocciola che per l'handicap non riusciva più a gestire la coordinazione dei presidi sanitari di una vasta zona a seicento chilometri dalla capitale,. Oggi me lo vedevo davanti, con addosso una galabeia tradizionale, da occasione importante, a colori sgargianti, sfoderava una gran quantità di denti il cui bianco era ancora più evidenziato dal contrasto con il viso cacao scuro: ora poteva tornare ad utilizzare il suo valore professionale.
Alberto mi aveva comunicato che già a Niamey correva notizia della mia missione.
Una considerazione che ho maturato è che qui l'operatore può scivolare in erronea consapevolezza di protagonismo, in manie di grandezza; a me non pare aver fatto chissà cosa, semplicemente ciò che è routine professionale in patria dove, forse, c'è un atteggiamento dei pazienti un po' del "tutto è dovuto" (a parte qualche raro caso di riscontro tipo "lei mi ha ridato la vita" che subito da me viene ridimensionato).
A questa gente abituata ad avere molto meno del necessario basta dare poco per essere ripagati da una gratitudine schietta che arricchisce molto di più.
Sono tornato a Padova con un bagaglio di esperienza ed emozioni che non potevo immaginare e ho avuto modo di sfatare alcuni luoghi comuni sulla popolazione del terzo mondo.
Possiamo visitare da turisti gli stessi paesi, non entreremo mai in confidenza con la gente come calandosi nei bisogni specifici in occasione di missioni umanitarie che fanno vedere le cose da un altro punto di vista: quello vero.
Devo ammettere che al ritorno sembra che ciò che mi circonda sia cambiato, ma perché quello che è cambiato sono io!
Alberto mi dice che sono stato un pioniere per questa missione e c'è da proseguire il percorso aperto: mi ha già prenotato per l'inizio dell'anno prossimo!
Sono onorato della opportunità che, nonostante le profilassi e le condizioni climatiche avverse, mi farà tornare a casa pieno di energie.
Lascio il mio indirizzo e-mail per chi volesse avere ulteriori informazioni o scambiare esperienze: fabrizio.fabris1@libero.it

Dott. Fabrizio Fabris


aggiornato il 10 maggio 2011 | info@ilfaroonlus.it

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