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Padre Benvenuto Mendeni

Referenti e Collaborazioni

PADRE BENVENUTO MENDENI

Padre Benvenuto e’ mancato il 1° gennaio del 2004 colpito infarto, mentre era in Ciad. Aveva 63 anni.

La sua parrocchia vasta Veneto ed era uno dei pochi sacerdoti presenti nella zona.
Si e’ consumato per quella gente che amava di cuore e che aveva sempre nel cuore, anche quando era rientrato in Italia ed era stato destinato a Padova come Direttore del Centro Giovanile negli anni 1990-1996
Una passione animato: far Signore, ma “stando insieme” ai piu’ poveri e “condividendo la vita” di quelli che fanno piu’ fatica
Per questo ancora di essere per la prima volta in CIAD (1980) aveva lavorato diversi anni in fabbrica come prete operaio. A Padova aveva favorito la nascita di una associazione (Popoli insieme) che sapesse stando vicino, aiutare coloro che erano stati costretti ad emigrare per le ’ diverse situazioni dei loro paesi di origine.
Inoltre aveva sempre seguito con attenzione, partecipazione ed affetto la vita di coppia, come Consigliere Spirituale all’interno del movimento Equipe de Notre Dame

A noi raccogliere il suo testimone e continuare a servire fratelli piu’ poveri

Nato a Bienno (BS) il 13 marzo 1941. Padrea Gesuita dal 1960. Insegnante di Teologia nel periodo 1967-1970 alla Gregoriana di Roma. Ordinato Sacerdote nel 1970. Prete Operaio muratore specializzato a Parma nel 1971. Ha studiato Sociologia a Parigi nel 1974 all’Ecole des Hautes Etudes. Dal 1980 al 1990 parroco a Kuinogo in Tchad. Dal 1990 al 1996 Coepquiper nel gruppo Padova 2 dell’Equipe de Notre Dame e apprezzato Direttore del Centro Giovanile Antonianum a Padova. Dal 1997 in Tchad, nella parrocchia di Kyabè.

Benvenuto Mendeni ci ha lasciato il primo Gennaio 2004. Ecco un ricordo, nato dal desiderio di noi tutti che abbiamo avuto la fortuna di essergli amici. Per sette anni missionario nel Sud del Ciad, ha continuato a renderci partecipi della sua vita attraverso una fitta corrispondenza, dalla quale traspare la grande ricchezza di fede, umanita', entusiastica energia spesa al servizio degli altri, di un missionario dei giorni nostri; ecco una sua lettera che forse meglio di tante altre parole, disegnano i tratti di un amico che sentiamo sempre tra noi. E’ l'ultima che ci ha inviato ed assume per noi il carattere di un vero e proprio testamento spirituale.

Kyabe' 22.10.03-
“Anche tu qui sul tetto...!”-“Perché?”-“Questo non é il posto per i bianchi!”,mi disse in arabo,sogghignando,il giovane appollaiato accanto a me sul tetto della Toyota.Avevo fatto autostop all’unica macchina che passó dalle 13. La mia, affaticata aveva ceduto allo stress dei kilometri percorsi nella visita alle comunitá e l’avevo abbandonata sotto un albero.Dovevo arrivare a Ngondey dove il giorno dopo avrei dovuto celebrare la messa di settore.Lontano vidi il motocarro avanzare nella penombra,erano ormai le 18,traballante ed incerto sovrastato da una torre di casse,con un solo faro.Arrancava in equilibrio instabile,in mezzo alle pozzanghere ancora troppo profonde in questo mese di settembre piovoso e strano,per questa stagione delle piogge, che sembra non finire mai. Decisi di fare autostop: un posto ce l’avranno, pensai. Stesi il braccio in cerca di pietá. Capirono e senza potersi fermare,la frizione non funzionava, mi indicarono il tetto della vettura. Lá sopra mi aquattai correndo,con le gambe penzolanti davanti al parabrezza,aperte perché il guidatore potesse vedere la strada. Eravamo in otto accucciati in questo posto pericoloso. Erano tutti commercianti di pesce che il motocarro trasportava diffondendo un fetore pestilenziale. Gentili tutti,mi fecero posto.Per me era la prima volta:ma la loro sicurezza, come se tutto fosse naturale (se nó a che cosa servirebbe il tetto di una macchina?...)mi infuse “forza e coraggio”,tanto che sfidai il destino accendendo una sigaretta.Non dissero verbo nonostante il costume mussulmano contrario al fumo;ma volevo mostrarmi tranquillo.Si procedeva lentamente e sempre all’erta per non cadere. Arrivarono le 22 e bucammo! Si scende per dare una mano, infatti ci si sente tutti nella stessa barca,anche se loro hanno pagato. Appena scesi in mezzo alle pozzanghere le zanzare si accorgono che ci siamo e per loro é una festa, per noi una caccia continua. Cerchiamo con il conducente la ruota di scorta: ed é sgonfia. Cerchiamo la pompa:ed é guasta. Al lume di una pila con le batterie scariche come al solito, si aggiusta la pompa. Quei “batakumba” (giovanotti fac totum che aiutano il chauffeur) hanno una capacitá manuale sorprendente.Ed ora si comincia a pompare:ci vuole una mezz’ora dandoci il cambio in continuazione,perché la valvola perde.Ë´ la volta del crik:si deve sollevare la macchina e togliere il pneumatico bucato. Dov’é il crik? Eccolo,ma non funziona, quello buono,confessano,lo hanno dato ad altri che ne avevano bisogno,a Kyabé,prima di partire. Si piazza il crik strisciando sotto il motore,perché non si abbassi: infatti siamo tutti invitati a scavare con le mani sotto la ruota. Io non ci sarei mai arrivato a questa furbizia,ma d’ora in poi applicheró il metodo. Il crik in equilibrio precario cede improvisamente. Mi allontano di scatto e quello sotto la macchina si salva per miracolo.Comincio a spazientirmi. Loro:non un lamento,non un segno di fretta.”La vita qui é cosi’:mi suggerisce uno.Non rimane che sollevare la machina a forza di braccia:un problema! Sopra ci sono tutte le casse di pesce. Le si scaricano tutte e finalmente la Toyota si solleva quasi da sola come si sgranchisse libera da un peso opprimente.Ora bisogna togliere la ruota:i bulloni rovinati non mollano(ne mancavano ad ogni modo due).A gran colpi,con un pezzo di ferro imprestato da uno dei viaggiatori,perché il martello lo avevano perduto, si riesce alla fine a toglierli e si cerca di rimontare la ruota riparata. Sento che la cosa sará ancora lunga.Nel frattempo si erano addensate delle nubi da temporale e lontano giá tuonava. Cosí come si era mezzo il cielo,conoscendo la stagione, tra un’ora sarebbe diluviato,mi dissi.Mi viene un’idea:perché non vado a piedi al villaggio?-“Ma come ci lasci qui cosí?”-“Ho qualche cosa da fare a Ngondey”-risposi.Il mio istinto di bianco individualista aveva prevalso. Li lasciai al loro destino e me ne andai da solo:era mezzanotte. Udivo il rombo di un tam-tam:lo pensai vicino. Ma era il vento che trasportava il suono e nella notte silenziosa sembrava a due passi. Camminai invece per tre chilometri.Al villaggio i giovani facevano festa:non avevo proprio voglia di aggiungermi alla gioia comune. Cercai la casa del catechista che mi offrí un posto per dormire. Steso sulla stuoia mi guardai attorno e al lume di una lampada a petrolio vidi su un cassone di ferro arrugginito un drappo bianco con una croce rossa come il sangue che copriva il tabernacolo. Il catechista aveva trasportato l’Eucarestia nella sua capanna,per metterla in salvo. C’erano troppi miltari sbandati che vagavano nei dintorni: ero al confine con la RCA dove c’era la guerra.”Signore,che ci fai anche tu qua?”.Sí anche LUI era lá.E mi addormentai di botto sotto una tale protezione.Riflettendo su una tale aventura ne tirai alcune conclusioni. Capii le fatiche di quel popolo di commercianti solo dediti al denaro,come si dice,e che avevo sempre disprezzato. Capii anche perché il pesce costa cosí caro sui mercati della zona. Ho ancora una cattiva coscienza ed un rimorso per averli abbandonati cosí su due piedi.Per comprendere gli altri bisogna vivere “con”.Una situazione bisogna viverla se si vuole capire,amare,aiutare.A Natale il Cristo,Dio, viene con noi,per capirci,per amarci, per aiutarci, vivendo “con”.”Egli era come Dio......Rinunzió a tutto,diventó come un servo,uomo fra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro”(Fil.2,6-7).”Non abbiamo un sommo sacerdote incapace di soffrire con noi per le nostre miserie”(Eb.4,15).Forse un tale racconto ci puó ispirare a fare una vita di vicinanza con i piú poveri. Invece di fare molte ricerche o analisi, vivendo con loro,o almeno con uno stile di vita piú vicino a loro, capiremmo molto di piú come fare a trasformare il mondo e il perché abbiamo bisogno di salvezza. Forse ai piú giovani potrebbe suggerire una chiamata a vivere “con”,altrove......Altrimenti il Natale diventa una parola vuota,una “buona azione”

Benvenuto




aggiornato il 10 maggio 2011 | info@ilfaroonlus.it

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